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Italia sul tetto del mondo: il Settebello è tornato

Foto da repubblica.it

C’era una volta, e c’è ancora. C’era una volta il Settebello, quell’asso pigliatutto degli anni ’90. Ebbene, il Settebello è tornato. Come nelle fiabe più belle, il sogno dei ragazzi di Alessandro Campagna si è avverato: sono loro i campioni del mondo, dopo 17 anni di assenza dal gradino più alto. Una vittoria costruita pazientemente, giorno dopo giorno, con coraggio, sacrificio e determinazione. Sembrano lontani i caldi giorni di Roma 2009, quando la stampa vessava il Settebello, solo undicesimo ai campionati iridati. Ma le parole di Campagna sono state profetiche: “Dateci il tempo di lavorare”. E così il genio della nazionale – così i suoi ragazzi lo definiscono – ha costruito una squadra tenace, che non demorde e non si spaventa davanti ai maestri della Serbia, gli All Blacks delle piscine. La fame di vittoria ha sostituito il timore reverenziale, e questo la Serbia l’ha capito nel modo – per loro – peggiore possibile.

“Speriamo di darvi tante gioie” ha scritto in un sms Stefano Tempesti ai suoi amici di Recco, che affollavano il bar della piscina, televisore sintonizzato su Shangai. E il messaggino del super capitano azzurro, il miglior portiere del torneo, è stato di buon auspicio. La speranza è diventata certezza dopo due tempi supplementari, durante un match fisicamente molto duro ed equilibrato, dove le due squadre si sono rincorse in un’altalena di gol e di brividi. E chi sbaglia, perde. Chi non ha sbagliato niente è stato proprio Tempesti, che para anche due rigori. A decidere la partita un gol del solito (per fortuna) Maurizio Felugo, un Pollicino rispetto ai giganti dell’acqua, ma un grande campione sempre pronto a tirare fuori dal cilindro qualche giocata letale.

Foto da repubblica.it

É d’obbligo citare tutti i tredici protagonisti di questa impresa: Aicardi, Deserti, Di Figari, Gallo, Presciutti, Gitto, e poi Perez, Fiorentini, Giorgetti e Figlioli, che portano in casa Italia il sapore di Cuba, della Croazia, dell’Ungheria e dell’Australia, riflettendo sullo specchio d’acqua la nuova, bellissima realtà multietnica dell’Italia contemporanea. E poi loro, Tempesti e Felugo, i due fuoriclasse più d’esperienza, il trait d’union tra un ciclo e l’altro, le anime pulsanti di un gruppo straordinario.

Ma il miracolo del Settebello non si ferma alla medaglia d’oro, e a quel tuffo in accappatoio che strappa ogni protocollo di cerimonia. Ho visto e sentito tanti tifosi intorno a loro. Vecchi amanti della pallanuoto galvanizzati dai successi degli anni passati del Setterosa e poi dalla cavalcata implacabile degli azzurri, che durante il torneo non hanno perso un colpo. Ma soprattutto, ho visto e sentito neofiti, persone giovani e meno giovani affascinate da una finale mondiale, e che hanno seguito il match emozionandosi e soffrendo assieme alla panchina azzurra. Il miracolo di riavvicinare gli italiani a questo magnifico sport che tante glorie ha dato alla nostra bandiera sembra iniziato di nuovo. L’appuntamento a cinque cerchi di Londra non sembra più un sogno lontano: non ci resta che ringraziare Campagna e i suoi ragazzi, e dire loro quanto orgoglio ci porta questo storico successo.

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Una Haka per onorare un amico.

Foto di Adrian Pratt

I soldi e il business che animano il mondo di oggi a volte ci fanno dimenticare il sapore autentico di quelle tradizioni antiche celate dietro il marketing e l’appeal che gli sponsor sono tanto bravi a costruire. Esempio di ciò è la Haka dei mitici All Blacks, che ancora oggi in Nuova Zelanda custodisce significati profondi e radicati nel vivere quotidiano di una comunità.

A raccontarci un alternativo e splendido spaccato di vita kiwi è Adrian Pratt, americano che vive a Wellington da qualche anno. Adrian ha un blog dove racconta con gli occhi yankee le vicende di Aoteaora e dei suoi due figli, Ewan e Morgan. La squadra di quest’ultimo sabato scorso si è resa protagonista di un evento toccante e particolare: una Haka per onorare la mamma di un loro compagno, morta qualche giorno prima. La maglia del loro amico – assente – al centro del campo, gli avversari in fila davanti a loro, i genitori che li osservano da lontano, e la loro danza preparata con cura. C’è anche una troupe di TVNZ, ma anche la mano non troppo ferma di Adrian, che ha ripreso tutto in questo video.

 

La Haka dei ragazzi è intensa e minacciosa, proprio come quella dei loro eroi tuttineri, e sprigiona tutto l’influsso magico che un rituale così affascinante può regalare. Adrian sul suo blog racconta che se fosse stato un avversario si sarebbe davvero intimorito, ed effettivamente poi il team di Morgan ha vinto per 60-10. Inoltre, Adrian scrive: “La Haka è comunemente associata agli All Blacks, ed è stato un onore ulteriore per me guardare la squadra di Morgan che la eseguiva.”

Una danza per intimidire i nemici, che oggi è anche un modo per esprimere solidarietà e affetto a un compagno in difficoltà. Un gesto di profonda amicizia che trascende la moda e la pubblicità che spesso si abbinano alla Haka, ma che ci ricorda qual è il significato implicito e latente di questo rituale: comunicare e cementare i sentimenti di unione e sostegno all’interno di un gruppo. E loro, i ragazzini di Wellington, lo hanno dimostrato alla grande.

 

Final Four di pallanuoto: lo sguardo del bordo piscina

Chi non ricorda le imprese eroiche del Settebello e del Setterosa? Impossibile dimenticare per gli appassionati compulsivi di Olimpiadi e mondiali in vasca come la scrivente. Dall’inquadratura in panoramica della piscina in fase di gioco al bordo di quella stessa vasca, il tuffo è enorme. Sentirsi una profana nel tempio sacro del Foro Italico può essere una brutta sensazione. Lo è stato un po’ anche per me, abituata ai campi da rugby e alle piste d’atletica. Imbarazzo, ansia da prestazione, paura – e la sistematica certezza dei fatti – di perdersi nei cunicoli sotto le tribune, quelli che portano alle vasche. Ma quando riemergi dal labirinto dei corridoi, pass al collo e gilet “media staff” indosso, tutto sparisce.

A contendersi lo scettro di sovrani d’Europa quattro club: il Mladost di Zagabria, il Budva della omonima città montenegrina, il Partizan di Belgrado e l’italiana Ferla Pro Recco, campione uscente. I quattromila del Foro ci sono tutti, o quasi, seduti nelle gradinate, gli striscioni appesi e le voci pronte a incoraggiare i loro beniamini. Le tifoserie sono state suddivise nelle tribune di modo che quelle rivali fossero il più lontano possibile tra loro: strano per me avvicinare il concetto di tifo “esagerato” a uno sport “minore”. “I tifosi della pallanuoto sono un po’ come quelli del calcio. Ci sono stati degli scontri in passato, quindi l’iter che si segue è molto simile a quello del pallone, in questi casi.” mi dicono quelli della Vecchia Guardia, la tifoseria organizzata della Pro Recco. In particolare si temono i serbi, che con gli striscioni e i cori un po’ borderline mi hanno già fatto assaggiare il clima tipico degli eventi importanti. Per la cronaca, nessun tafferuglio in due giorni di gare.

Visti a pochi metri di distanza, i ragazzi della pallanuoto lasciano davvero senza fiato. Il tatuaggio del numero 10 del Mladost mi ruba praticamente dalla testa la metafora adatta per loro: un tritone mitologico. Scultorei e maestosi ma allo stesso tempo leggeri e potenti nel loro elemento naturale. Non guardarli mentre si riscaldano fuori dall’acqua è praticamente impossibile, e ancora di più quando – palla in mano – entrano in azione in piscina.
I primi a giocare sabato 3 giugno sono Mladost e Partizan: i serbi sono dati per vincitori, ma i croati non vogliono passare per quelli che si arrendono. Finisce comunque 9 a 12 per il Partizan. In veste di fotoreporter per la Vecchia Guardia, questo match mi è servito per scaldare i motori e rodare l’obiettivo: il mio amico Ale è stato determinante nel suggerirmi quei piccoli trucchetti per beccare l’inquadratura giusta. “Il resto lo devi fare tu.”, ha concluso sorridendo, ma per fortuna ho sempre degli assi nella manica. Infatti, anni e anni di partite seguite al cardiopalma con padre, madre e sorella incollati alla tv a tifare gli azzurri (e non solo) hanno dato i loro frutti quanto meno dignitosi.

Conoscere e capire la pallanuoto è davvero un’arte nobile e complessa proprio come questo sport di fatica e sacrificio. La maggior parte di quello che di illecito accade in una partita succede sotto il bordo dell’acqua: colpi proibiti, movimenti e – ho sentito anche io – qualche parolina dolce tra avversari. Il centroboa nella pallanuoto moderna è un po’ come il bomber del calcio, ed è anche quello che “affonda” più spesso per mano del difensore avversario. Difensore che a dispetto del ruolo può essere anche un ottimo attaccante, come dimostra la classifica capocannonieri del campionato italiano, guidata – appunto – da un difensore della Pro Recco. Essere mancini, in questo sport, è un plusvalore eccezionale: una specifica posizione da ricoprire in fase offensiva avvantaggia per velocità ed efficienza biomeccanica chi usa la mano sinistra per scrivere. Il portiere, poi, è colui che mi ha sempre affascinato per il gesto atletico che compie: parare la palla significa sollevarsi dall’acqua per oltre tre quarti del proprio corpo. A vederlo sembra quasi un effetto speciale dei film, e dire che è tutto un gioco di gambe.

Nella seconda partita la Pro Recco liquida facilmente il Budva 9 a 4. Un po’ mi dispiace per i montenegrini, che con le loro calottine arancioni hanno portato un po’ di colore in piscina (e sugli spalti). A contendersi la coppa dei campioni Partizan e Pro Recco, mentre il Budva e il Mladost si affronteranno per la terza piazza.
La giornata di domenica promette bene: il caldo e l’afa non frenano i tifosi che stipano le tribune. A sostenere le quattro squadre anche numerosi romani, che si schierano apertamente con i recchelini.
All’inizio non ero molto interessata alla finalina tra i montenegrini e i croati: la tensione per l’atteso match della Pro Recco è contagiosa e coinvolge anche me, ma è impossibile non farsi travolgere anche dal gioco che Budva e Mladost propongono in piscina.
Una bella pallanuoto fatta di colpi di scena e gol che si susseguono nei quattro tempi regolamentari, dove le due squadre giocano a rincorrersi. Non basteranno i tempi supplementari a decretare la terza squadra più forte d’Europa: il Budva cede forse a livello psicologico e ai rigori sbaglia due volte. Vince il Mladost di Zagabria 14 a 12.

Il cielo si copre di nuvole e i miei obiettivi non sono luminosi come vorrei; ho paura che le fotografie escano buie e allo stesso tempo anche mosse: congelare i gesti atletici rapidissimi di questi ragazzi non è facile nemmeno per i professionisti della fotografia, con le loro focali telescopiche dagli occhi grandi grandi.
Il Partizan scende in acqua, la Pro Recco rimane invece a guardare in accappatoio. Più o meno è quello che si è visto durante la finale: l’anno scorso i serbi sono stati superati dai recchelini in semifinale, e la loro fame di rivincita è grande. La Pro Recco, invece, appare il fantasma della grande squadra che ha dominato tutta la stagione, nelle coppe e in campionato; il primo a spegnersi è il portiere Stefano Tempesti, la “saracinesca” azzurra, e con lui gli altri sei. La tribuna italiana si azzittisce lentamente davanti ai cori serbi. Difficile anche per qualche fotografo tifoso trattenere gli improperi, e dire che a bordo vasca non parlano nemmeno gli arbitri: a loro bastano il fischietto e le mani. Bizzarro per chi come me viene dal rugby, dove il direttore di gara ha addirittura il microfono.

Alla fine la partita termina 11 a 7. Il Partizan solleva per la settima volta nella sua storia la coppa, la Pro Recco applaude i meritevoli avversari, mentre i tifosi ritirano mestamente gli striscioni. Si mette pure a piovigginare, di quella pioggia estiva che dura qualche minuto e poi passa. Non è così temporanea la delusione per i recchelini, che però si preparano già alla prossima stagione.
Nota a piè di pagina: la febbre per la pallanuoto è salita anche in chi mi ha gentilmente accompagnato all’evento, sedendo tra le file della Vecchia Guardia. Inizialmente era difficile capirci qualcosa, e al termine della due giorni di gare la situazione non è migliorata granché, almeno dal punto di vista puramente tecnico. Un neofita della pallanuoto non può comprendere tutto e subito delle dinamiche di gioco, ma coglie immediatamente la passione e l’incredibile dinamicità di questo sport. E sportivamente parlando, se è pur vero che i “nostri” hanno perso, chi esce vincitrice è la pallanuoto stessa.

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Asd Rugby Nuoro, storia di ordinaria passione.

Questa è una storia comune, il racconto di una battaglia giornaliera in cui molti lettori probabilmente rivedranno la propria quotidianità. É una storia comune e dispiace che lo sia, per l’amore per lo sport e lo zelo che dimostra chi il rugby lo fa tutti i giorni, dal basso, con umiltà e pazienza, superando difficoltà che sarebbero insormontabili, se non fosse che i rugbisti sono davvero cocciuti.

La scommessa. É la storia di un manipolo di amici che nel 2007 decide di fondare un’associazione sportiva di rugby a Nuoro. Di questi amici sono rimasti Antonello e Davide, che con Alessio, Pietro e Vanna mandano avanti la loro scommessa. Li incontro nella palestra di una scuola, agli allenamenti degli under 8,10,12 e under 14. Fuori, in un campo incolto, lo striscione della società. “Quello è il nostro campo di patate. – dice Davide - Ce l’ha prestato un privato e tra qualche mese sarà il campo per i bambini.
Mi accolgono con calore e ospitalità, e mi regalano due gadget. Li tolgono fuori da un bugigattolo a fianco alla palestra, piccolo ripostiglio di uno stanzone di 30 mq pieno di cianfrusaglie e calcinacci.
Vedi, come siamo combinati? – continua Davide - Ci hanno dato questo spazio per tenere le nostre cose, ma se non fosse per la burocrazia inconcludente, questo posto sarebbe una club house perfetta. I genitori dei ragazzi si sono offerti di rimetterla a nuovo, ma niente: questo posto non si tocca, non ce lo danno. E così siamo senza sede.

La sede. Nomadi. Senza casa. É forse la prima difficoltà che l’ASD Nuoro Rugby si è trovata ad affrontare. Una mancanza non solo materiale, ma anche psicologica. “Non avere una sede fissa significa non poter dire a un neofita: “Ehi, noi siamo in tale posto, vienici a trovare!”. E questo è un punto a nostro sfavore. Che sicurezza può dare a livello psicologico un club che non ha una casa propria? ”, spiega Pietro.
Ma non solo. – aggiunge Davide – Non abbiamo un posto dove vedere le partite di rugby insieme ai ragazzi, perché insegnare loro il rugby è anche convivialità, voglia di stare insieme e guardare, parlare e imparare dai “grandi” della palla ovale.

Logistica. Gli allenamenti dei giovani sono terminati, i ragazzi mi offrono un caffè al bar dove lavora Alessio. Ma gli under 16 e i senior dove si allenano?, mi chiedo. “Al campo CONI.”, mi rispondono subito. Già, il campo di atletica di piazza Veneto, praticamente l’unica struttura comunale disponibile per tutte le società sportive che non praticano calcio. Il campo dello stadio Quadrivio è off-limits, perché lì si allena solo la Nuorese, la più famosa tra le società di calcio della città. Il camposcuola di piazza Veneto – così lo chiamano i nuoresi – è l’ultimo, carissimo baluardo per gli altri sport. E anche al camposcuola i problemi non si fanno desiderare.
Oltre al costo per la fruizione dello spazio, molto alto per tutte le società, ci sono anche i problemi legati alla convivenza di vari sport: se si allenano altri sport, il calcio, o l’atletica, i pali non si possono montare, a meno che non si tratti di una partita ufficiale. É una delle assurde regole del gestore del campo, come quella che quando piove non ci si può allenare. Dicono che con il terreno bagnato il campo si rovina.
Ma la cosa più grave è che i fari alti della struttura non vengono mai accesi. “In pratica d’inverno non si vede un accidente. I nostri ragazzi non sanno calciare perché se proviamo un up and under rischiamo di farci male, perché non vediamo l’ovale. E anche dalla piazzola i nostri non se la cavano bene. Calciare senza pali è difficile.” dice Davide. “Però almeno sono bravi alla mano!”, ride Pietro tra il serio e il faceto.

Diffidenza. Nonostante questo, però, il rugby piano piano sembra crescere, a Nuoro. Alcune scuole hanno risposto positivamente alla richiesta di Pietro e co. di poter spiegare il rugby all’ora di educazione fisica. E i risultati sono sorprendenti. “C’è molta curiosità verso il rugby. Le ragazze in particolare si sono proprio innamorate della palla ovale, e chissà che non possa nascere un progetto almeno per il seven rosa, più in là. Il rugby suscita interesse e fascino, soprattutto quando i ragazzi capiscono che non è uno sport violento. C’è contatto, ma non c’è violenza gratuita.”, racconta Davide. Il solito pregiudizio che attanaglia il rugby è anche a Nuoro un alto muro da scavalcare, specie se i primi a sbatterci la testa sono i genitori. “Molte mamme portano i figli e hanno paura che si facciano male perché è uno sport violento, dicono. O peggio ancora, non ce li portano perché i ragazzi hanno troppi impegni, o sono i genitori stessi che non hanno tempo per accompagnare i figli. Questa vita frenetica ammazza lo sport e i ragazzi.” commenta mestamente Vanna.

Federazione e colori della maglia. Un ulteriore ostacolo per la crescita del rugby a Nuoro (e in Sardegna) risiede nelle direttive che la Federazione ha posto per la presenza dei club ai vari campionati di categoria.
Per carità, sono dettami anche giusti, ma troppo rigidi per una regione come la Sardegna. Questi paletti rischiano di tarparci le ali. A Treviso e Rovigo magari hanno anche senso, ma qui dove siamo in pochi è dura.” dice Alessio.
Ed effettivamente, non è semplice essere presenti a tutti gli eventi e a far giocare i ragazzi, considerando il numero dei tesserati in relazione alla densità di popolazione nel territorio. In sintesi: poche, pochissime squadre in un’isola grandissima con gli eventi per categorie che si accavallano in luoghi diversi negli stessi giorni, a cui si aggiunge un numero poco folto di tesserati. Ma questo sembra essere forse l’ultimo problema dei dirigenti del rugby Nuoro, che anche stavolta riescono a vedere il lato buono della faccenda.
Non avevamo i numeri richiesti dalla FIR per partecipare al campionato under 14, e allora i nostri si sono uniti alle giovanili del Cagliari. In questo modo, il Cagliari ha partecipato al campionato senior, e i nostri ragazzi a quello giovanile. É incredibile quanto siano maturati come giocatori e come persone in pochi mesi di partite. Una crescita esponenziale.” decanta allegro Pietro. E quando gli chiedo se a loro dispiace perdere l’identità di squadra – intesa come società che partecipa indipendentemente al campionato – la risposta è di quelle che ti fanno comprendere cos’è davvero il rugby.
Un po’ ci dispiace, ma l’importante è che i ragazzi giochino. É capitato durante i tornei che i ragazzi di altre squadre indossassero la nostra maglia perché non arrivavamo a 15 per giocare, e viceversa fanno i nostri. É bello avere un’identità di gruppo, ma è ancora più bello quando questo senso del gruppo supera il colore della maglia, basta che si giochi. Le classifiche sono belle ed è giusto buttarci un occhio, ma la nostra priorità è prima di tutto insegnare il rugby e i valori autentici dello sport a questi giovani campioni.” conclude Davide.

Il sogno. Sognano una squadra senior, i cinque di Nuoro, una squadra che per vari motivi non riesce a disputare un campionato, come ha fatto due anni fa: lavoro, problemi tecnici, adolescenti che salutano la città natale per andare a studiare dove l’università c’è davvero, come Sassari o Cagliari. Alcuni dei senior di Nuoro giocano a Olbia e Oristano, e sono orgogliosi alfieri della loro città. Perché il barbaricino è un tipo tosto, che sia un pilone o un’ala.
Il sogno di questi cinque rugbisti non tentenna nemmeno per un istante, nemmeno dopo l’elenco di tutti i problemi e problemucci di cui sopra. Ma non vi viene mai voglia di mollare tutto?, ho chiesto. Pietro e Davide hanno riso di cuore, prima di rispondermi.
A volte penso: ma perché non me ne sto a casa a dormire, la domenica? E invece mi ritrovo in un anno a fare 10 mila chilometri di trasferte. – dice Davide – Perché quello che ti danno questi ragazzi, quello che ti dà il rugby è una cosa che solo chi ha giocato può capire davvero.
Noi davanti ai problemi non ci fermiamo. – aggiunge Pietro – Quando vedi questi ragazzi che giocano e diventano grandi, non puoi fermarti. Non puoi.

Lo sport a Nuoro sta morendo, ed è un peccato perché Nuoro era un esempio virtuoso per le altre città, dove tutti gli sport minori sono sempre riusciti a ritagliarsi un proprio angolo e a fare bene. E se lo sport a Nuoro, agonizzante, ha ancora una speranza di riprendersi e vivere, è anche grazie a persone come Antonello, Alessio, Davide, Pietro e Vanna.

Foto per gentile concessione di Asd Nuoro Rugby.
Per info sulla Nuoro Rugby andate sul loro sito  o sul gruppo Facebook.

 

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Christchurch, 2 mesi dopo.

Era l’ora di pranzo, la più viva della giornata, quando la “Garden City” Christchurch ha iniziato a tremare. Un interminabile minuto e mezzo che ha trasformato e riempito di orrore una città. La scossa di magnitudine 6.4 ha spezzato il silenzio di chi qui in Italia, per qualche ragione, non riusciva a prendere sonno, e magari faceva distrattamente refresh sul suo sito di informazione preferito, o su Facebook, come per contare le pecorelle.
Un silenzio come quello che alle 3.32 ha cambiato per sempre le vite degli aquilani.
2 anni, 2 mesi, 20 mila chilometri che dividono due popoli così diversi, ma uniti e vicini nella stessa passione, nella stessa paura di quando la terra trema. Quella terra che sembra l’unica cosa certa che si ha, fino a quando non crolla anch’essa, e distrugge.Z. era a Dunedin dove vive e lavora. Mangiava nel suo ufficio quando ha avvertito la scossa, quel maledetto 22 febbraio. Un attimo di paura, un balzo fuori dalla stanza, uno sguardo con i colleghi atterriti, e un unico pensiero: speriamo che non sia Christchurch, di nuovo. E invece il terremoto ha colpito di nuovo la gente di Canterbury, dopo che il 4 settembre un miracolo aveva causato “solo” due morti, dopo una lunga scossa di una forza inaudita: 7.1, uno dei sismi più forti degli ultimi tempi.
In una nazione che è grande quanto Milano e il suo hinterland – scrive Z. – tutti per forza conoscono o hanno qualche caro a Christchurch. E l’angoscia sale.”

Lo spirito solidale dell’uomo sa essere enorme nei momenti di calamità e di bisogno. Il popolo neozelandese si è dimostrato preparato e unito davanti alla tragedia di Christchurch: gente che spala il fango, scava a mani nude, offre il suo letto o la sua casa. Gente che ha fatto 5, 10 ore di macchina per portare un pasto “caldo” a chi non ha più nulla. “La cosa bella di essere kiwi è che ci supportiamo vicendevolmente, tutti. Viviamo avvolti da un autentico spirito confortante, e sono così orgogliosa di farne parte.”, ha scritto Kelly nel suo blog. Kelly vive a Hastings, nell’Isola del Nord, ma il 24 febbraio era già a Christchurch. Gesti che sono globali, e che mi piace pensare siano ovvi per tutti, perchè significherebbe che questo cinico mondo in continua evoluzione non sta fagocitando del tutto la nostra umanità.

Cosa è cambiato in 2 mesi in Nuova Zelanda, dopo questi terribili eventi? Dal 4 settembre si sono registrate più di 5 mila scosse. Tra le più forti, l’ultima è stata registrata proprio sabato scorso, il 16 aprile: 5.4. Ed è tornato l’incubo.
Le iniziative di solidarietà e raccolta fondi in favore delle vittime del sisma si rincorrono e attraversano trasversalmente tutti i campi del vivere quotidiano, dai notiziari alle manifestazioni sportive. La felce d’argento degli All Blacks si tingerà di rosso per sostenere i terremotati, e ricordare loro che se hanno perso il Mondiale di Rugby in casa, la gente che “fa” il mondiale non si è dimenticata di loro.

Anche i blogger si sono mossi a favore di Christchurch: nel mese di marzo gli scrittori del web sono stati invitati ad aderire a “Blog4NZ”: scrivere un articolo sulle bellezze della Nuova Zelanda per aiutare il Paese a riprendersi dallo shock del terremoto, motivando i turisti a visitare la terra kiwi, nonostante il sisma.

Solidarietà significa anche fare qualcosa di concreto “sul campo” per riniziare a vivere, a lavorare, a far muovere il denaro. Così si aprono di nuovo i negozi, le caffetterie e i ristoranti, senza magari qualche muro o vetrata che prima c’era e ora non c’è più. L’importante è ripartire.
Il mio lavoro mi porta spesso a viaggiare per le lande internettiane di “settore”, tra comparti di grafici, scrittori e creativi. E mentre cercavo proposte e input interessanti mi è spesso capitato di trovare sui network internazionali banner di questo tipo.
La traduzione dice più o meno così: “Hai lavoro? Aiuta la tenere viva la comunità creativa di freelance di Christchurch. Se hai lavoro in eccesso o un progetto che può essere spedito, visita chchcreative. Scegli qualcuno dal nostro database di talentuosi designer, illustratori, fotografi e copywriter. Troverai la creatività giusta per il tuo lavoro, e ci aiuterai a rimetterci in piedi.”

Christchurch non è quindi solo paura, distruzione, macerie, dolore. É soprattutto speranza. E la si percepisce nell’aria, nelle cose di tutti i giorni. O nei filmati che si rincorrono nella rete, come questo qui sotto.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=i2bvozq-KK8&]

E il rugby? Cosa c’entra tutto questo con la palla ovale? Chi conosce la Nuova Zelanda almeno un pochino sa che il rugby è parte del cuore di Christchurch, un cuore rosso come i colori della contea di Canterbury, rosso come le stelle della Croce del Sud sulla bandiera nazionale. E di questo grande cuore, il rugby è l’atrio più grande, quello che quando pulsa dà una bella spinta al sangue. E non è un caso che il premier John Key, in visita nelle zone terremotate, si sia presentato con la maglia dei Crusaders.

La terra della lunga nuvola bianca ha incontrato un temporale, ma lo sta superando con orgoglio e pazienza, come si fa con le brutte tempeste. La stampa e l‘opinione pubblica ha riconosciuto nella cattedrale ferita di Christchurch il simbolo di questi ultimi due mesi.

A me, invece, piace pescare nella splendida cultura maori, ed affiancare a questi fatti il Koru. É un germoglio che si srotola, una piccola felce pronta a vivere. Una nuova vita, un nuovo inizio.
E quando penso ai miei amici kiwi, voglio pensare che ognuno di loro sia una felce d’argento capovolta e adagiata su un sentiero. La tradizione maori vuole che queste felci illuminate dal chiarore della luna indichino la giusta via, riflettendo sulla strada la loro luce argentea.
Christchurch will rise again.

 

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