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È sempre il solito Natale.

Non era male, quel piccolo albero comprato in offerta al supermercato; troneggiava fiero sulla credenza, con i fiocchetti rossi bordati d’oro.
La gatta gustava la sua cena della vigilia: una ciotola doppia di candido latte.
Alviero aveva apparecchiato la tavola in maniera semplice: una tovaglia verde, piatti giornalieri, posate usurate dal tempo, una ciotola di purea di patate e salse varie per condire la carne. Il tacchino cucinava ancora nel forno: non era molto grande, ma sarebbe bastato per tutti i commensali.
Alviero spense la radio, e sprofondò nel silenzio, quel silenzio che gli era divenuto caro, quasi amico; aveva lottato contro di lui, ma era sempre stata una battaglia impari, e si era arreso a mani basse, imparando a conviverci, e ad amarlo.

Nella semi oscurità del soggiorno, illuminato sparutamente, l’aria sembrava fluttuare come le fiammelle delle poche candele natalizie.
All’angolo, davanti alla finestra, vi era un tavolino tondo in frassino. Alviero prese il whisky sulla mensola, e ne riversò due dita in un bicchiere. Lo girò lentamente, cercando di coglierne i riflessi paglierini, quindi lo appoggiò davanti ad una foto ingiallita, incorniciata, posta al centro del piccolo tavolo; i suoi occhi blu la guardavano intensamente.
Poi prese una bottiglia d’acqua, riempì un altro bicchiere e lo alzò verso la foto.
- Buon Natale, cara. -

Oltre la finestra, alcuni bambini saltellavano gioiosi lungo la strada. Se avesse lasciato entrare un po’ d’aria dall’esterno, avrebbe potuto sentire il profumo degli arrosti, delle torte di mele e dei biscotti al burro dei vicini, le cui case splendevano, colorate, nella notte. Aggiustò il centrino posto sotto il portafoto, e corse a spegnere il forno.

Alviero appoggiò con brio il tacchino sul tavolo; accarezzò i suoi capelli bianchi, poi riempì il proprio bicchiere, quello di sua moglie Emma e quelli di Greta e di Bernardo, i figli smemorati.
Consumò il pranzo modestamente, evitando di raschiare le stoviglie sul piatto quando tagliava la carne: quel rumore stridente lo innervosiva, e avrebbe infastidito anche Emma.
Sbucciò due mandarini, e diede uno spicchio alla gatta.
Il panettone non era stato ancora tagliato a fette, ma che importava? Tanto a lui non piacevano i canditi.
Nessuno sparecchiò la tavola.

La gatta bussò ritmicamente sull’uscio, e la porta le fu aperta: forse andava a festeggiare con gli amici randagi.
Alviero si adagiò sulla sedia a dondolo, davanti all’altra finestra della sala: aprì le spartane tende, e guardò fuori. Era bello lasciarsi andare alle onde tenere, continue e morbide della sedia.
La foto sul tavolino, a qualche metro da lui, sembrava lontana.
Il telefono non squillò neanche quella sera; non squillava mai.
Fuori iniziò a nevicare.