Archive for 13 febbraio 2009

I campi neri di un freddo febbraio

Se c’è una cosa che la mattina, mentre vado a lavorare, mi rimette al mondo è la buona musica.
E’ da un paio di giorni che l’ultima cosa che faccio prima di varcare la soglia di casa in direzione Termini è sintonizzare i’iPod su un album che ho sempre apprezzato: Blackfield, prima opera pop-rock (presentata al pubblico nel gennaio del 2004) dell’omonimo duo, composto dall’israeliano Aviv Geffen e dall’inglese Steven Wilson, leader della band Porcupine Tree.

Le sonorità delle dieci tracce non fanno urlare di certo al sensazionalismo, ma Blackfield è un esempio paradigmatico di come la musica, anche in questi tempi di profondo piattume e mancanza di idee, può essere una compagna di vita entusiasmante, malgrado le composizioni non abbiano la missione principale di rivoluzionare la storia delle sette note.

Le voci di Wilson e Geffen si avvicendano su tappeti di accordi facili e dalla ovvia risoluzione armonica, che mi rilassano a tal punto da non farmi sentire neanche il gomito della signora di turno sull’autobus pieno di gente. Aggrappata ad un sostegno giallo, guardo le immagini che scorrono oltre il vetro e le percepisco morbide, a volte in bianco e nero, a volte con alcuni colori in evidenza, a volte con quell’effetto ombreggiato tanto caro ai fumetti d’autore, altre volte ancora così come sono, ma colme della tranquillità che il vivere quotidiano può offire. La musica scorre attraverso me come un fiume stupendo di pensieri chiari e sereni, fatti di persone, volti, sorrisi, momenti.

Queste sensazioni positive che percepisco – a una seconda, rapida, analisi – si scontrano con i testi che i due cantatori associano alle melodie. La fine di un amore profondo, la nostalgia, la constatazione della pochezza intellettuale e culturale della nostra generazione: le tematiche delle canzoni non mi turbano, tuttavia, più del dovuto, anzi.
Lo stesso Steven Wilson ha dichiarato che ogni volta che compone un album ha bisogno di cercare la bellezza decadente e perduta delle cose, e di provare sensazioni cupe e malinconiche. Il male di vivere è caratteristica peculiare ed insita nel genere umano, e vederla divenire arte ne è solo una personale constatazione culturale.

In questa opera mi sembra quasi di vedere – nell’accezione sensoriale del termine – ciò che Geffen e Wilson descrivono, ed è bellissimo constatare come anche le piccole cose possano diventare poesia: la perfezione di una donna che piange, un enorme campo in asfalto, le gocce di pioggia, le dipendenze – anche insignificanti – che rendono le giornate migliori.
Ed è altrettanto bellissimo denotare come bastino poche parole accompagate da una semplice pentatonica per far divenire poesia ciò che mi passa davanti: anche una deserta strada di quartiere mi appare estremamente meravigliosa, mentre il vento freddo mi taglia la faccia.

L’orecchiabilità dei pezzi di questo album canta dell’amore, della tenera ricerca di questo nella sua forma più pura, della tristezza, del malessere, ma in fondo anche della felicità, e del sollievo, della speranza per un mondo perfetto; l’emotività mi trasporta nell’affascinante ed introspettiva dimensione dei due autori. In tutto questo, mi viene in mente ciò che di più prezioso possiedo, e gli avvenimenti attuali e consueti mi sembrano più leggeri.

E forse è questo il messaggio dei Blackfield: abbiamo intorno a noi tante cose magnifiche, moltissime incantevoli ed intense sensazioni da donare, condividere o solo assaporare, mentre inseguiamo effimere insignificanze, trascurando ciò che importa davvero.

A chi non è mai capitato di avere la sensazione di conoscere da sempre un’immagine impressa su una fotografia, o di percepire un grave ed intimo vuoto? Dovrei scribacchiare su un foglio, con la matita, tutto quello che con delicata maestria le dieci canzoni dei Blackfield descrivono di me.
E forse la grande forza della buona musica sta proprio nella capacità dell’autore di condividere con il suo pubblico le proprie emozioni, rendendole, così, universali ed eterne.

Google mind’s reader

Se c’è una cosa che mi piace fare il venerdì sera, o la domenica pomeriggio, è viaggiare.
E bastano davvero pochi click per avere il mondo in mano, saltare da un posto all’altro vedendo la Terra girare sul suo asse e portarti in posti meravigliosi. Certo, non è sicuramente la stessa cosa che visitare realmente gli angoli più reconditi del pianeta, ma di certo è meglio di trascorrere la serata a guardare i politici italiani insultarsi in una trasmissione random della  televisione di Stato.

Tutto questo è opera di un software intelligente e gratuito, nato qualche anno fa per mano degli illuminati programmatori dell’azienda Google.
Google Earth, a poch mesi dal suo lancio, conquistò, senza troppa pubblicità, una grandissima parte degli users internettiani e non, rendendosi un prodotto di cui difficilmente, dopo un primo approccio, si può fare a meno.
La formula magica di questo ottimo programma non è solo la buona grafica e la grande versatilità, ma soprattutto la varietà di informazioni, foto e documenti che si possono ottenere con un click.
Prestigiose società come National Geographic e Greenpace hanno messo a disposizione immagini e file che appaiono nel mappamondo virtuale sul proprio schermo, ovviamente tutto scaricabile online.
Per ogni sito archeologico, monumento o luogo naturalistico, vi è una pagina di Wikipedia visualizzabile e consultabile, così come sono a portata di tutti le foto e i vari contributi che ogni singolo cittadino può aggiungere a Google Earth volontariamente. In questo modo, mi sono trovata a sfogliare un piccolo album di immagini del lago Ontario scattate da un turista vi ha villeggiato, o a contemplare gli splendidi colori delle spiagge polinesiane immortalate per noi da un giovane fotografo, che in questo modo ha colto l’occasione per farsi un po’ di pubblicità.

Ed in questo Eden di imput e di informazioni, mentre vagavo dall’India a MachuPichu con gli occhi ben aperti e la mano ben salda sul mouse, ho pensato: “Ma io voglio vedere la fossa delle Marianne!”
Ovviamente il software mi ha portato in mezzo all’Oceano Pacifico, scaraventandomi in un mare di pixel blu, e nient’altro.
La mia mente ha così aggiunto mestamente alla frase di qui sopra: “Peccato che è un Google di terra, e non di mare”.

E voilà, dopo qualche giorno, come se mamma Google fosse l’occhio del Grande fratello, mi ritrovo a leggere del lancio di “Ocean in Google Earth”, l’ultima invenzione per nuotare negli abissi  marini dal proprio divano casalingo.
La corporation Jacques Custeau, la Bbc ed altri centri scientifici di studi biologici e marini supportano il software arricchendolo con speciali, dossier, immagini ad alta risoluzione e contenuti vari, tutti – al solito, ma lo ribadisco – scaricabili gratuitamente, come lestensione del programma stessa.

E, come è ormai è sempre più politica condivisa non solo da Google, ma anche dalla comunità scintifica internettiana, la scienza e la conoscenza si mettono a disposizione di tutti, permettendo ad ognuno di noi di accedere alle meraviglie nascoste che le terre e le acque ci riservano.

Insomma, al solito, la cara, amata Google legge nelle menti di tutti noi G-users, regalandoci un’altra delizia per il nostro palato mai satollo. Dopo un pionieristico motore di ricerca, una visionaria casella di posta, una mappa di strade sempre pronta alla consultazione, un contenitore incontenibile di documenti, video e foto, uno spazio dove raccogliere i propri link preferiti e leggere gli articoli pescati da ogni parte del web e chissà ancora che mi sono dimenticata di elencare (e il telefonino firmato Google l’ho scordato apposta), il colosso statunitense ci sorprende ancora.
E se qualcuno osasse pensare che questo contributo sia una mera pubblicità a Google, beh, questo qualcuno ha pensato malignamente bene.